Le aziende dovrebbero assumere filosofi, perché i filosofi creano concetti. Le aziende sono strutture complesse alimentate dal significato. Hanno bisogno di essere comprese da chi ci lavora e dal mercato, ma decono anche comprendere il mercato, i concorrenti, i cambiamenti che avvengono intorno a loeo e perfino la propria identità.
Tutta questa comprensione si alimenta attraverso concetti efficaci e adatti. Quando manca il concetto, manca anche la possibilità di distinguere chiaramente un fenomeno, di riconoscerlo e di parlarne. Si può vedere qualcosa senza riuscire davvero a capirla, perché non si possiede ancora lo strumento mentale necessario per darle una forma.
Per questo è importante avere all’interno dell’azienda qualcuno che produca concetti. Una specie di fornitore interno, o perfino un reparto interno, dedicato alla comprensione. I concetti aumentano la capacità di interpretare il mondo e i suoi fenomeni. Aiutano a capire e aiutano a pensare.
Capire e pensare sono le attività principali della cognizione. Un’azienda, per diventare più intelligente, deve quindi possedere più concetti. E un’azienda più intelligente può anche diventare più efficace, perché riesce a vedere più chiaramente ciò che accade, a formulare meglio i problemi e a riconoscere possibilità che altrimenti rimarrebbero confuse.
Eppure è pieno di persone che si chiedono a che cosa servano i filosofi, visto che non risolvono i problemi concreti come fanno la scienza e la tecnica, e non emozionano come fanno l’arte o lo sport.
Tra tutte le spiegazioni che sono state date su ciò a cui può servire la filosofia, una delle più chiare è quella proposta da Gilles Deleuze e Félix Guattari nel libro Che cos’è la filosofia?: il mestiere specifico della filosofia è la creazione di concetti.
A questo punto è necessario capire che cosa siano i concetti, perché non vengano confusi con le opinioni, le idee, le definizioni, le misurazioni o le semplici parole astratte o difficili.
I concetti sono costruzioni del pensiero. Sono strumenti attraverso i quali diventa possibile vedere il mondo in un certo modo. Ogni concetto è composto da elementi inseparabili, che acquistano il loro significato nella relazione reciproca.
Pensiamo al concetto di libertà. Non è un’entità semplice. È una costruzione composta da elementi come l’indipendenza, la responsabilità, la possibilità di scegliere e il tempo nel quale una scelta produce i suoi effetti. Se si toglie uno di questi elementi, o si modifica la relazione tra loro, cambia anche il concetto di libertà.
Ogni concetto nasce e acquista senso all’interno di uno specifico orizzonte di pensiero, quello che Deleuze chiama piano di immanenza. I concetti non funzionano nello stesso modo in qualunque contesto. Quando però trovano il proprio piano possono attraversare i secoli. È anche per questo che riusciamo ancora a comprendere le riflessioni sulla libertà, sulla verità, sulla giustizia e sulla necessità elaborate nell’Atene del IV secolo avanti Cristo, magari da Aristotele.
Quando un filosofo crea un concetto, costruisce una relazione nuova tra elementi che, presi isolatamente, non produrrebbero lo stesso significato. Inserisce poi quel concetto in un piano di immanenza, nel quale esso entra in relazione con altri concetti costruendo così un intero mondo di comprensione.
È questa tendenza a costruire sistemi di concetti, più che idee isolate, a rendere la filosofia uno strumento tanto potente. Un concetto raramente vive da solo. Si appoggia ad altri concetti, ne modifica alcuni e permette di costruirne di nuovi. In questo modo crea una struttura attraverso cui diventa possibile pensare una parte della realtà.
Chi non ha studiato filosofia tende spesso a contrapporla alla scienza. In realtà si tratta di attività ontologicamente differenti: La filosofia crea concetti, mentre la scienza costruisce funzioni e modelli che descrivono le relazioni tra i fenomeni.
Pensiamo alla fisica. Le leggi di Newton non sono concetti filosofici. Sono relazioni matematiche tra forze, masse e movimenti. Permettono di descrivere e prevedere ciò che accade quando determinate grandezze entrano in relazione tra loro.
Della tecnica quasi non sarebbe necessario parlare, perché rappresenta la versione pratica e applicata di ciò che sappiamo di pratico. Si comprendono alcuni meccanismi e li si utilizza per ottenere risultati concreti. In questo senso la tecnica può sembrare una scienza un po’ più povera, anche se poi è proprio quella che, insieme alla scienza e alla filosofia, ci consente di vivere praticamente nel mondo in cui viviamo.
È la tecnica che costruisce oggetti, macchine, edifici e sistemi. È quella che, a volte, insieme alla scienza, produce meraviglie. Però, per semplicità, possiamo considerarla la sorellastra pratica della scienza: meno interessata a spiegare in generale e più interessata a far funzionare qualcosa.
La scienza utilizza, senza crearli, concetti. Ma il suo obiettivo è costruire modelli capaci di descrivere e prevedere il comportamento del mondo.
Anche la filosofia può ispirarsi alla scienza. Può prendere espressioni come massa critica, punto debole, equilibrio, minor resistenza, rendimento o entropia e trasformarle in concetti attraverso i quali interpretare esperienze umane, sociali, economiche o politiche.
Può osservare, per esempio, che un’organizzazione raggiunge una massa critica per ottenere qualcosa, che una relazione tende verso un equilibrio, che un sistema sociale produce entropia o che una decisione ha un determinato rendimento. In quel momento termini nati o sviluppati in ambito scientifico vengono inseriti in un diverso sistema di relazioni e acquistano una nuova capacità interpretativa.
Può sembrare una sovrapposizione di competenze. In realtà la filosofia, facendo questo, non costruisce modelli scientifici. Costruisce i suoi concetti per ispirazione linguistica o funzionale.
L’arte, infine, non crea concetti e non costruisce funzioni. Crea blocchi di sensazione.
Un’opera d’arte, e questo è chiaro quasi a tutti anche intuitivamente, non è un concetto e non è una teoria. È un’esperienza proposta ai nostri sensi, capace di vivere indipendentemente da chi l’ha prodotta.
Un quadro continua a produrre una sensazione anche quando il pittore non c’è più. Una musica continua a esistere anche oltre la morte del proprio autore. Un romanzo conserva il proprio mondo, i propri personaggi e il proprio ritmo al di là delle intenzioni di chi lo ha scritto. Si può dire, intuitivamente, che l’arte non cerca di spiegare il mondo. Cerca di farlo sentire. Con diversi esiti. A volte meglio, altre peggio.
Filosofia, scienza e arte non sono quindi in competizione. Essendo attività differenti, è anche difficile confrontarle attraverso una sola scala di valore o di utilità. Ognuna svolge un lavoro diverso.
La filosofia crea concetti con cui pensare. La scienza, che utilizza anche concetti prodotti dalla filosofia, costruisce modelli attraverso i quali descrivere il funzionamento del mondo. L’arte dà forma a esperienze sensibili.
Sono tre modi differenti, autonomi e complementari, con alcune sovrapposizioni funzionali, attraverso i quali gli esseri umani cercano di comprendere il mondo esterno e quello interno. Perché un’organizzazione funzioni bene ha bisogno di tutte queste attività.
Ha bisogno del significato prodotto dalla filosofia e dei concetti necessari per capire ciò che sta facendo. Ha bisogno della scienza per conoscere meglio i fenomeni e il loro comportamento, e della tecnica per trasformare quella conoscenza in oggetti, processi e risultati pratici. Ha bisogno anche dell’arte, perché ciò che produce abbia una forma capace di suscitare sensazioni.
Un’azienda deve sapere che cosa fa. Deve sapere perché lo fa, come funziona ciò che realizza e quale esperienza produce nelle persone.
La tecnica può costruire un prodotto. La scienza può spiegare come funziona. L’arte può renderlo capace di generare una sensazione. La filosofia può costruire il concetto che permette all’azienda di capire che cosa quel prodotto sia davvero, quale problema affronti e quale posizione occupi nel mondo.
Per questo i filosofi, o qualcuno che abbia dimestichezza con il pensiero: perché prima di produrre risposte bisogna riuscire a formulare le domande. Prima di misurare un fenomeno bisogna sapere che cosa si sta cercando. Prima di comunicare qualcosa bisogna aver capito che cosa significa. E per fare tutto questo servono i concetti del reparto filosofico.
Riferimenti
Deleuze, Gilles; Guattari, Félix, Che cos’è la filosofia?, Torino, 1996.
Weick, Karl E., Sensemaking in Organizations, Thousand Oaks, 1995.
Nonaka, Ikujiro; Takeuchi, Hirotaka, The Knowledge-Creating Company: How Japanese Companies Create the Dynamics of Innovation, New York, 1995.