La responsabilità epistemica della comunicazione medica sui social media.

Che cosa può insegnarci un filosofo americano innamorato della commedia hollywoodiana sul chirurgo che pubblica su Instagram le foto del proprio lavoro? A prima vista nulla. Eppure, Il mondo visto, il libro che Stanley Cavell dedica all'ontologia del cinema, pone una domanda che si presta bene a essere traslata su questo terreno: che cosa succede alla realtà quando viene proiettata su uno schermo? Che cosa distingue un'esibizione della realtà da una sua autentica conoscenza?

Il chirurgo che pubblica online non sta semplicemente "facendo diffusione della sua attività". Sta proiettando un frammento di mondo clinico su uno schermo, come il regista proietta un frammento di mondo fisico. E come per il cinema, si pone la domanda: questa proiezione può aspirare allo status di conoscenza, o resta intrattenimento, per quanto raffinato e professionale?

Cavell insiste su un punto ontologico: la fotografia, a differenza della pittura, non ci presenta una somiglianza delle cose, ma le cose stesse. Il mondo, scrive, vi trova un termine. Questo è ciò che rende la foto del campo operatorio, il video dell'artrolisi, l'immagine post-operatoria, un oggetto diverso da un disegno esplicativo o da una simulazione. È la traccia di ciò che è realmente accaduto a un paziente reale, in un momento irripetibile.

Questa componente dà forza persuasiva ai contenuti chirurgici, e insieme li rende eticamente delicati. L'inappellabilità del "essere accaduto veramente" può essere scambiata, con un salto concettuale poco controllato, per prova scientifica. È qui che si apre la distanza fra fotografia e pubblicazione scientifica.

La selezione mascherata da testimonianza

Se l'ontologia cavelliana garantisce che qualcosa è realmente accaduto, non dice nulla su come quel qualcosa sia stato scelto per apparire. Qui interviene Susan Sontag. In On Photography osserva che fotografare non è mai un atto neutro di registrazione, ma un atto di selezione mascherato da testimonianza. Ogni scatto decide cosa entra nell'inquadratura e cosa ne resta fuori, ovvero fotografare è interpretare, anche quando l'intenzione dichiarata è documentare senza deformazioni.

Mentre Cavell garantisce l'accadimento "questo è veramente successo", la Sontag ricorda che l'accadimento, per diventare immagine, deve passare attraverso un taglio, una composizione, una scelta di ciò che merita restare visibile. Applicata alla fotografia clinica, l'osservazione sposta il problema della selezione dei casi a monte della scelta editoriale del post. Non è solo il chirurgo a scegliere il caso migliore fra tanti, è la singola immagine, ancora prima, a scegliere quale porzione di realtà clinica meriti di attraversare lo schermo.

C'è poi un secondo strato, quello del paziente. Fotografare qualcuno, scrive Sontag, significa ottenerne una conoscenza che quella persona non potrà mai avere di sé stessa. Il consenso prestato all'atto chirurgico non coincide necessariamente con un consenso altrettanto consapevole alla propria iconografia, alla forma, all'inquadratura, alla narrazione prima/dopo in cui quell'atto verrà trasfigurato per un pubblico che non potrà mai verificare nulla.

Lo schermo come esilio

Uno dei passaggi più suggestivi di Cavell riguarda la natura dello schermo come barriera che ci rende invisibili al mondo che ci mostra: guardando un film siamo esiliati dalla nostra dimora nel mondo e posti a distanza. Il cinema ci permette di vederlo senza essere visti, e in questa invisibilità dello spettatore risiede la sua forza.

Questa condizione descrive con precisione l'esperienza di chi scorre un feed di contenuti chirurgici: il pubblico osserva un intervento senza essere presente, senza poter interrogare, senza poter verificare le condizioni reali in cui l'atto si è svolto. È uno sguardo strutturalmente passivo, legittimo nel cinema, perché il cinema non promette di sostituire l'esperienza diretta del mondo, ma di esibirlo. Il problema comincia quando questa stessa distanza epistemica viene scambiata per diffusione del sapere clinico. Chi ha visto cento video di un intervento non ha, per ciò solo, alcuna evidenza sulla sua reale efficacia: ha visto cento proiezioni, non cento dati.

Il circolo mancante

Cavell osserva che non tutti i film sono degni della stessa attenzione critica: esiste una differenza qualitativa fra "cinema serio" e cinema che si limita a intrattenere, ed è compito della critica, non del solo desiderio del pubblico, tracciare quella distinzione. Trasportata sulla comunicazione medica, la distinzione separa un contenuto chirurgico che informa, ispira fiducia, costruisce reputazione, da un contenuto che pretende valore scientifico. Il problema non è che un chirurgo mostri il proprio lavoro, questo è un atto di trasparenza legittimo, ma che l'esibizione venga presentata come se possedesse lo statuto epistemico di un dato pubblicato in rivista peer-reviewed. Questa "serietà" non può essere garantita dall'autopercezione dell'autore né dal numero di visualizzazioni, ma deve essere garantita da un apparato esterno di verifica.

Cavell descrive il "circolo cinematografico", ovvero il significato di un'opera emerge dalla reciprocità fra gli atti del regista e quelli del critico. È precisamente questo secondo polo, la funzione critica, che manca strutturalmente nella pubblicazione social. Un post è quasi sempre un atto monologico. L’autore lo scolpisce, lo pubblica, il pubblico reagisce con un like. Non esiste un processo indipendente che verifichi i dati, controlli i criteri di selezione dei casi mostrati, richieda la dichiarazione di conflitti di interesse. In una pubblicazione scientifica, il "circolo" fra autore e critica è istituzionale: revisori anonimi, comitati editoriali, criteri di reporting standardizzati (CONSORT, STROBE), obbligo di descrivere metodologia, follow-up, criteri di inclusione, eventi avversi. È questo apparato, non la qualità estetica dell'immagine, a costituire la differenza sostanziale.

Generi e tipi

Cavell osserva come il cinema hollywoodiano crei non tanto storie quanto "tipi", figure riconoscibili che costituiscono un genere, e un genere è a sua volta un medium con regole proprie. Qualcosa di analogo accade nell'ecosistema social dei medici: emergono generi riconoscibili; il reel dell'intervento in time-lapse, il carosello prima/dopo, il video didattico e attraverso la loro ripetizione emergono "tipi" di chirurgo: l'artista, l'innovatore, l'empatico. Non è necessariamente un fenomeno negativo, ma non va confuso con un accumulo di evidenza. Il rischio è che l'autorevolezza clinica venga scambiata per il carisma del "tipo": la reputazione costruita sui social misura la capacità di costruire un'individualità riconoscibile, non la qualità dei risultati.

Quattro limiti strutturali

Una pubblicazione social fatta con rigore, dati di outcome, follow-up dichiarato, consenso informato esplicito, complicanze menzionate, può avvicinarsi nello spirito a una pubblicazione scientifica, ma non può sostituirla nella funzione, per almeno quattro ragioni.

Primo, la selezione dei casi. Anche il post più rigoroso è quasi sempre un caso singolo o una piccola serie scelta dall'autore, senza protocollo prospettico che prevenga il bias del "miglior risultato".

Secondo, l'assenza di revisione indipendente. Manca un giudizio esterno che corregga errori metodologici o respinga il contenuto se non sostenuto da evidenza sufficiente, il ruolo che nel cinema di Cavell spetta al critico.

Terzo, la permanenza e la tracciabilità. Un articolo su rivista indicizzata riceve un DOI, viene archiviato permanentemente, entra in banche dati bibliometriche che ne registrano le citazioni. Un post può essere modificato, cancellato, o semplicemente perdersi nell'algoritmo.

Quarto, la qualità del pubblico. Un contenuto scientifico acquisisce autorevolezza non perché raggiunge un milione di persone, ma perché viene vagliato da revisori esperti nella medesima disciplina. Nella metrica social invece, visualizzazioni, engagement, follower, misurano la portata dell'esibizione, non la sua validità.

Verso una certificazione di integrità clinica digitale

Forse non serve riprodurre nel mondo social l'intero apparato della letteratura scientifica, ma immaginare un atto minimo di responsabilità epistemica: una "certificazione di integrità clinica digitale". Un protocollo sintetico, applicabile prima della pubblicazione, attraverso cui l'autore dichiari alcuni elementi fondamentali. Per primo la natura del contenuto (esperienza personale, caso illustrativo, serie di casi, tecnica consolidata o innovazione sperimentale); un "clinical truth statement", breve frase obbligatoria che distingua ciò che è dimostrato da ciò che è osservato; una "firma epistemica", assunzione pubblica della provenienza e dell'interpretazione dei dati; un codice di tracciabilità che consenta aggiornamenti e correzioni nel tempo; un confronto minimo con la comunità professionale, non attraverso i like, ma attraverso una forma breve di dialogo fra pari. Il social non diventerebbe una rivista scientifica, ma acquisirebbe una grammatica diversa dalla semplice esposizione di un risultato.

Un mondo visto, non ancora dimostrato

Cavell scrive che la promessa del cinema è esibire il mondo e lasciarlo apparire in quanto tale. È forse la promessa più onesta che un chirurgo possa fare pubblicando online il proprio lavoro e mostrare senza deformazioni ciò che accade in sala operatoria. Ma come il cinema resta un mondo proiettato che "non esiste ora" mentre lo guardiamo, perché ciò che vediamo è già accaduto, così il contenuto chirurgico digitale, per quanto rigoroso, resta un'esibizione mediata, non una prova.

La differenza fra cinema serio e intrattenimento non risiede nel medium, ma nel modo in cui viene interrogato e sottoposto alla critica. Allo stesso modo, la differenza fra comunicazione chirurgica e scienza chirurgica non dipende dalla piattaforma, ma dalla presenza di un apparato capace di trasformare l'esibizione della realtà in conoscenza condivisibile, correggibile, citabile.

La sfida non è trasformare ogni contenuto online in un articolo abbreviato, ma costruire un patto di trasparenza in cui chi mostra un atto clinico dichiari anche il grado di evidenza, i limiti dell'osservazione, il contesto entro cui quell'esperienza va interpretata.

La vera autorevolezza non nascerebbe più dalla capacità di attirare lo sguardo, ma dalla capacità di disciplinarlo, per non confondere ciò che appare con ciò che è dimostrato. Il compito del chirurgo che comunica non è solo mostrare il mondo clinico, ma ricordare che ogni immagine del mondo è già un'interpretazione del mondo.

Il social può mostrarci la realtà della chirurgia; solo la responsabilità scientifica può trasformare quella visione in conoscenza. Senza questa trasformazione resta, per quanto autentico, soltanto un mondo visto.

Riferimenti

Cavell, Stanley, Il mondo visto. Riflessioni sull’ontologia del cinema, Bologna, 2023.

Sontag, Susan, Sulla fotografia. Realtà e immagine nella nostra società, Torino, 1978.

Hopewell, Sally et al., “CONSORT 2025 Statement: Updated Guideline for Reporting Randomised Trials”, in The BMJ, Londra, 2025.

von Elm, Erik et al., “The Strengthening the Reporting of Observational Studies in Epidemiology (STROBE) Statement: Guidelines for Reporting Observational Studies”, in The Lancet, Londra, 2007, pp. 1453–1457.

FNOMCeO, Raccomandazioni sull’uso dei social media, dei sistemi di posta elettronica e di messaggistica istantanea nella professione medica e nella comunicazione medico-paziente, Roma, 2023.

American College of Surgeons, Guidelines for the Ethical Use of Social Media by Surgeons, Chicago, 2019.