Abbiamo una pretesa curiosa verso la Terra: vorremmo che restasse come l’abbiamo trovata. Le coste dove sono, i ghiacciai più o meno uguali, il Sahara deserto, la Pianura Padana fertile, la temperatura dentro un intervallo che conosciamo, le piogge nelle stagioni alle quali siamo abituati. Abbiamo costruito città, strade, porti, case, campi e impianti turistici dentro una certa situazione climatica e in una certa posizione, e adesso tendiamo a considerare quella situazione come quella normale.
Ma la normalità della Terra non è la stabilità. È il cambiamento.
La Terra ha circa 4,5 miliardi di anni. Homo sapiens esiste da circa 300.000 anni. Se tutta la storia della Terra durasse ventiquattr’ore, noi compariremmo negli ultimi secondi. Eppure proprio in quegli ultimi secondi abbiamo cominciato a discutere di quale dovrebbe essere la temperatura giusta del pianeta.
Questo non significa che non contiamo. Siamo una presenza minuscola nella storia della Terra eppure siamo diventati abbastanza potenti da modificarne un po’ il clima non tanto da dar noia alla Terra, ma abbastanza da dar noia a noi stessi. Siamo otto miliardi di esseri umani che vivono generalmente meno di un secolo, ma in quel breve periodo estraggono carbone, petrolio e gas, costruiscono città, producono acciaio e cemento, guidano automobili, prendono aerei, riscaldano e raffreddano edifici, e coltivano e trasportano merci in tutto il mondo.
Il riscaldamento attuale dipende in parte dalle attività umane. I gas serra prodotti dall’uomo hanno avuto un ruolo importante nell’aumento recente della temperatura. Noto ai più. Ma mi interessa sottolineare che anche senza di noi, o se noi avessimo fatto altro, la Terra non sarebbe rimasta uguale. Non le riesce proprio a essere uguale a se stessa.
Non avrebbe avuto necessariamente questo riscaldamento, in questo momento e con questa velocità. Ma avrebbe continuato a cambiare. Prima o poi sarebbero cambiate le temperature, le piogge, le correnti oceaniche, i ghiacci, le coste e gli ecosistemi. Su tempi ancora più lunghi si sarebbe notato che a cambiare sono anche i continenti e la loro posizione.
Perché la Terra cambia da sempre.
Quando comparvero i primi dinosauri, circa 230 milioni di anni fa, quasi tutte le terre emerse erano riunite nella Pangea. Poi quel grande continente si è spezzato. Si è aperto l’Atlantico. I continenti hanno continuato a spostarsi e lo fanno ancora oggi di alcuni centimetri ogni anno. È così lento che durante la nostra vita non ce ne accorgiamo, ma in milioni di anni cambia completamente la geografia del pianeta. Le coste opposte dell’Atlantico si allontanano di due centimetri e mezzo l’anno, ogni anno, a prescindere da quello che fanno gli uomini.
Anche il clima è sempre cambiato. Cambia l’orbita terrestre, cambia leggermente l’inclinazione dell’asse, cambia la distribuzione dell’energia solare. Cambiano le correnti oceaniche, l’attività vulcanica, la quantità di ghiaccio e la composizione dell’atmosfera. Cambia quello che succede sopra la crosta terrestre e cambia quello che succede sotto. Anche il Sole cambia nel tempo. Figuriamoci.
Perfino il campo magnetico terrestre cambia e i poli magnetici si spostano. Non è una causa principale del clima, ma è un altro esempio di quanto sia sbagliato pensare la Terra come una macchina immobile. Il punto è semplice: tutto cambia.
La nostra difficoltà nasce dal fatto che viviamo troppo poco per accorgercene. Ottant’anni per noi sono una vita. Diecimila anni sembrano un’eternità che non siamo neanche in grado di pensare. Mentre per la Terra sono quasi un niente.
Per questo tendiamo a prendere ciò che vediamo durante la nostra breve esistenza e a chiamarlo normale. La nostra costa diventa “la costa”. Il nostro clima diventa “il clima”. La quantità di pioggia alla quale siamo abituati diventa “la pioggia normale”.
Quando qualcosa cambia pensiamo che il sistema sia uscito dal proprio equilibrio, ma al massimo è uscito dal nostro equilibrio.
Il Sahara è un buon esempio. Poche migliaia di anni fa vaste zone dell’attuale deserto erano molto più verdi, con laghi, vegetazione e grandi animali. Giraffe e ippopotami vivevano in territori che oggi associamo immediatamente alla sabbia.
La giraffa, però, non pretendeva che il Sahara rimanesse come lo aveva trovato. Se l’ambiente cambiava, gli animali si spostavano, si adattavano, diminuivano o sparivano.
Noi abbiamo un problema diverso. Abbiamo costruito città, confini, porti, case, campi, infrastrutture e sistemi economici. Abbiamo deciso dove deve passare una strada e dove dovrebbe rimanere il mare. Poi abbiamo scoperto che la Terra non aveva firmato nessun contratto con noi.
Qui nasce una delle confusioni più diffuse del discorso sul clima. Un clima relativamente stabile è preziosissimo per noi. Ma “prezioso per noi” e “naturale” non sono la stessa cosa. Una costa stabile ci conviene. Una certa quantità di pioggia ci conviene. Una temperatura adatta alle coltivazioni che conosciamo ci conviene. Un livello del mare stabile ci conviene moltissimo. Ma questo non significa che la Terra abbia il dovere di conservarli o che le convenga.
Quando diciamo che dobbiamo “salvare il pianeta”, usiamo quindi un’espressione molto antropocentrica. Il pianeta non deve essere salvato. È esistito per miliardi di anni senza di noi e può continuare benissimo senza di noi. Al Pianeta non importa dell’uomo, anche se smaltisce le cartucce della stampante nella raccolta umida. Ci mette qualche centinaia di milioni di anni e magari le trasforma in diamanti colorati.
Quello che vogliamo salvare siamo noi, le nostre città, le nostre economie, le nostre infrastrutture e il mondo che abbiamo costruito. È ragionevole, ma è un’altra cosa.
La Terra ha già avuto temperature molto diverse da quelle attuali. Ha avuto mari molto più bassi e molto più alti. Ha avuto ghiacci molto più estesi. Ha avuto periodi molto più caldi. Ha avuto continenti completamente diversi.
Ed è proprio per questo che dovremmo ridurre quanto siamo antropocentrici. Continuiamo a parlare come se il problema fosse la salute del pianeta, quando il vero problema è la compatibilità tra i cambiamenti del pianeta e il modo in cui abbiamo organizzato sul breve periodo la nostra vita breve.
Mettiamoci allora nell’ordine di idee che, se non noi, saranno i nostri figli a spostarsi. Qualche città verrà abbandonata, qualche costa cambierà, qualche specie scomparirà e qualche altra comparirà. Ci saranno nuovi flussi migratori. I nostri nipoti potrebbero vivere lontano dai luoghi nei quali siamo cresciuti noi e i loro figli ancora più lontano.
La cosa ci sembra enorme perché guardiamo il futuro dalla nostra posizione e vorremmo conservarla. Ma noi non sappiamo quasi niente dei nostri trisavoli. Non sappiamo dove abitavano, cosa vedevano dalla finestra, quale strada percorrevano per andare al lavoro e quale paesaggio consideravano casa. Tra qualche generazione accadrà esattamente lo stesso con noi. Come la bambina della foto, orgogliosa della sua bicicletta: chissà chi è, se qualcuno ne ricorda ancora il nome, quante volte si è trasferita nella sua vita?
Per questo l’idea di salvare lo status quo diventa, a un certo punto, persino difficile da capire. Salvarlo per chi? Per persone che nasceranno fra centocinquant’anni e che probabilmente non avranno alcuna nostalgia del mondo del 2026 perché non lo avranno mai visto?
Il cambiamento, oltretutto, non arriverà una mattina alle otto. Accadrà giorno dopo giorno, abbastanza lentamente da diventare vita quotidiana. Le città sono sempre nate, cresciute, decadute e state abbandonate. Esistono città minerarie costruite intorno a risorse che non servono più, insediamenti svuotati perché sono cambiate le economie, città sorte lungo coste che nel frattempo si sono spostate e comunità intere trasferite perché il territorio sul quale erano nate non offriva più ciò che offriva prima.
Tra centocinquant’anni una parte dell’Italia potrebbe essere molto diversa da quella che conosciamo. Potrebbero esserlo vaste zone dell’Africa, dell’Asia o dell’America. Oppure saranno cambiati altri equilibri che oggi non siamo nemmeno capaci di prevedere. Gli uomini si sposteranno, costruiranno altrove, abbandoneranno qualcosa e si affezioneranno a qualcos’altro. Chiameranno normale quello che troveranno. Esattamente come abbiamo fatto noi.
La Terra, nel frattempo, continuerà a cambiare. Con noi, malgrado noi e dopo di noi. Mettiamoci l’anima in pace.