La realtà e i fenomeni sono eccedenti rispetto a quella mappa meravigliosa ma parziale che è il linguaggio.
Aprire un cassetto della cucina che improvvisamente si blocca è un'esperienza quasi universale. Si tira una prima volta, poi una seconda, poi si prova a richiuderlo leggermente e infine il cassetto si apre. Dentro, una posata si era messa di traverso. Altrettanto comune è la resistenza che oppone il frigorifero quando si cerca di riaprirlo immediatamente dopo averlo chiuso. Oppure la sensazione di aver sentito vibrare il telefono in tasca quando in realtà non è successo nulla. O ancora quel brevissimo momento di felicità che accompagna il risveglio quando siamo convinti che sia venerdì, seguito dalla delusione di scoprire che è soltanto giovedì.
Si tratta di fenomeni curiosi. Non sono rari. Non sono difficili da riconoscere. Non sono nemmeno ambigui. Chiunque abbia vissuto una di queste situazioni sa perfettamente di cosa si sta parlando. Eppure nessuna possiede una parola dedicata. Per descriverle siamo costretti a raccontarle. Dobbiamo ricorrere a una perifrasi. Dobbiamo dire: "quella cosa che succede quando..."
La questione appare inizialmente come una semplice curiosità linguistica. Diventa però più interessante se la si osserva da vicino. Come tutte le cose, basta fermarsi a pensare al perché.
Ogni lingua contiene migliaia di parole che identificano oggetti, azioni, stati d'animo e relazioni. Molte di esse descrivono fenomeni essenziali per la sopravvivenza o per la vita sociale. Altre sembrano invece straordinariamente specifiche. L'inglese possiede petrichor, il termine che indica l'odore della terra dopo la pioggia. Possiede tittle, il puntino sopra la i. Possiede zarf, il manicotto di cartone che protegge le dita dal calore di una bevanda da asporto molto calda tipo quei bidoni di caffé terribile con cui a New York si scaldano le mani.
La presenza di queste parole suggerisce una domanda diversa da quella iniziale. Non dobbiamo chiederci perché alcune esperienze abbiano un nome. Dobbiamo chiederci perché così tante esperienze, pur essendo perfettamente riconoscibili, continuino a rimanerne prive.
Una possibile risposta è che le parole non nascano principalmente per descrivere il mondo, ma per rendere più economico il pensiero. Ogni parola evita una descrizione più lunga. Ogni parola comprime una perifrasi ricorrente. Dire nostalgia è più semplice che descrivere ogni volta il dolore legato a qualcosa che non è più presente. Dire sedia è più semplice che ricostruire ogni volta la funzione dell'oggetto a cui ci riferiamo.
Da questo punto di vista una parola può essere vista come una forma di compressione cognitiva riuscita. Una descrizione viene utilizzata così spesso da rendere conveniente la sua condensazione in un termine autonomo. La lingua funziona allora come un sistema di ottimizzazione: conserva le distinzioni che ritiene utili e lascia sommerse quelle che non hanno ancora raggiunto una massa critica sufficiente.
Le parole non servono soltanto a comunicare. Servono anche a stabilizzare differenze concettuali. Una distinzione che possiede un nome dedicato tende a essere riconosciuta rapidamente, ricordata meglio e discussa con maggiore precisione.
Il caso della conoscenza è istruttivo. In italiano abbiamo il verbo "sapere" e la parola "conoscenza". I Greci distinguevano invece diversi modi di conoscere. C'erano la δόξα (dòxa), l'opinione; l'ἐπιστήμη (epistème), la conoscenza dimostrata; la τέχνη (téchne), il saper fare; la φρόνησις (frònesis), la saggezza pratica; la σοφία (sofìa), la sapienza. Naturalmente anche noi siamo in grado di comprendere queste differenze. Tuttavia dobbiamo costruirle esplicitamente. La lingua greca le offriva già come strutture concettuali pronte all'uso.
Le lingue possono quindi essere considerate come mappe delle differenze che una comunità ha ritenuto importante conservare. Alcune distinzioni vengono fissate e rese stabili. Altre rimangono diffuse nell'esperienza quotidiana senza mai trasformarsi in concetti autonomi.
Forse per questo esistono cose e atti senza nome: sono esperienze che tutti riconoscono ma che nessuna comunità linguistica ha ancora ritenuto conveniente separare dal flusso continuo della vita quotidiana. Rimangono in una sorta di limbo linguistico-cognitivo: presenti, identificabili, perfettamente reali, ma non ancora condensate in una forma stabile per mancanza di necessità di comunicarle, o di comunicarle frequentemente.
Ogni lingua è il risultato di questa lunga selezione. Ciò che possiede una parola è una distinzione che una cultura ha conservato in pratica. Tutto il resto continua a esistere in uno stato più fluido, come una forma di esperienza condivisa che il linguaggio sfiora continuamente senza mai catturare del tutto. Alcune di queste esperienze, prima o poi, troveranno un nome. Altre continueranno a vivere in quella zona intermedia tra percezione e concetto che precede la nascita delle parole.
Ogni dizionario può essere letto come il deposito delle differenze che una comunità è riuscita a rendere abbastanza stabili da separarle dal rumore di fondo dell'esperienza.